Editoriale
Il declino di un paese abbronzato
Il declino industriale del nostro paese, ormai da
molti anni, non è più uno scenario futuro, ma un
presente che andrebbe interpretato non solo rispetto al mondo
del lavoro, ma anche rispetto alla gestione del territorio.
Infatti nonostante il calo della produzione industriale e, dato
molto più critico, la pesante riduzione della quota
italiana a livello di commercio internazionale i paesaggi delle
periferie delle nostre città continuano a essere
pianificati con zone industriali, con conseguenti capannoni
destinati a ospitare non si sa bene quali attività
produttive.
Sembrano lontani gli anni del "miracolo del nord est", quando
migliaia di piccole imprese conquistavano il mondo e i piani
regolatori dei comuni veneti; con una deroga dietro l'altra,
consentivano la realizzazione di terribili prefabbricati che,
se messi in fila, avrebbero unito Venezia a Torino. Oggi molti
di quei capannoni sono vuoti, alla ricerca disperata di nuovi
padroni; i vecchi se ne sono andati in Romania, Turchia e Cina,
in una rincorsa che potrebbe rivelarsi suicida per il paese. Ma
la globalizzazione non consente analisi strategiche di lungo
periodo, obbliga solo a competere riducendo i costi, aumentando
la produttività e cercando nuovi mercati.
Nascono così nuovi colossi economici, di cui Wal Mart
è l'emblema mondiale, che creano ricchezze immense con
comportamenti non molto diversi dai grandi coltivatori di
cotone dell'ottocento, polverizzando benefici sociali e civili,
oltre che economici.
E così si distruggono comunità create in millenni
di storia per risparmiare sul tostapane o sull'asciugacapelli e
non ci si ferma a riflettere su ciò che si va
distruggendo: le reti locali d'interdipendenza economica e le
comunità che su di esse si fondavano. Ma una analisi di
questo tipo implica una consapevolezza profonda del concetto di
policy, definito in passato come "tutto ciò che i
governi decidono di fare o di non fare".
Nei tempi recenti tale concetto ha assunto un'accezione
più allargata, fino a comprendere non più solo i
governi, ma "un insieme di attori che agiscono in relazione a
un problema collettivo". Una policy in grado di resistere alla
globalizzazione è un obiettivo non facile, a prescindere
dai proclami declamati negli infiniti convegni che affrontano
questo tema.
Non è facile, soprattutto perché il sistema nel
suo complesso rischia di essere in ritardo, forse, come in
molti sostengono, fuori tempo massimo rispetto ai tempi della
natura.
La crescita infinita carattere fondante della
globalizzazione rappresenta un'eccezione storica; la crescita
è sempre stata, come hanno evidenziato gli antropologi,
qualcosa di impensabile per molte società
preindustriali. Le società primitive ponevano limiti
alla produzione, mentre oggi i sostenitori di un modello
fautore della decrescita, come unica, strettissima strada da
percorrere per salvare il pianeta, vengono considerati, nella
migliore delle ipotesi, dei provocatori.
La globalizzazione traguardo finale dello sviluppo industriale
fondato sulla continua innovazione tecnologica è
riuscita a far passare per naturale ciò che non è
secondo la natura umana e, fattore ancora più
devastante, è riuscita a stabilire un legame
indissolubile tra l'ideologia della crescita economica e quella
individuale. Di fronte a una sovrastruttura di questo tipo, che
sembra impossibile solamente scalfire, vi sono vari punti di
vista, ma l'unico che sembra poter incidere su questo modello
stagnante, democratico solo a parole, è quello fondato
sull'informazione; si pensi a come milioni di giovani nel mondo
siano riusciti a rompere il monopolio delle grandi case
discografiche attraverso internet.
Si deve seguire la stessa strada: la mobilitazione contro
l'alta velocità in Val di Susa ne è un esempio;
si è forse superato il limite di tolleranza che ha
attivato nella popolazione un meccanismo di rivolta, a volte
timbrato con il temine "eversione", ma che in realtà
è solo la manifestazione di un profondo disagio per
decisioni basate su logiche legate alla globalizzazione
economica, lontane dagli interessi di comunità con
identità e culture fondate, appunto, su quella
straordinaria rete di interdipendenza economica e culturale
suddetta. E le mobilitazioni non avvengono solo in Italia, ma
contro l'alta velocità si segnalano manifestazioni in
Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Germania e persino in
Giappone.
È incredibile vedere come le politiche di sviluppo
globali stiano determinando risultati completamente opposti
rispetto agli obiettivi, le poche volte in cui questi vengono
dichiarati (spesso si procede solo per inerzia e
incapacità di opposizione ai grandi gruppi economici
ormai intrecciati paurosamente con il potere politico e
dell'informazione); il nuovo paradigma è infatti
sostanzialmente fondato sul definitivo declino dello
stato-nazione (si pensi all'allargamento geografico e politico
dell'Unione europea e ai tentativi di creazione di mercati
comuni in altre aree del mondo), dalla deregulation spinta dei
mercati internazionali ecc. Ma il nuovo ordine mondiale,
così come tutti i poteri, ha terrore del vuoto e
produce, quindi, una moltitudine di norme e standard
finalizzati alla propria legittimazione a lungo termine e che
ricoprono l'intero spazio mondiale, con conseguente
annullamento di identità, culture e modelli economici
sviluppatisi nel corso dei secoli.
Una visione dello sviluppo di questo tipo che personalmente
considero una profonda regressione dell'umanità,
indipendentemente da considerazioni di sviluppo tecnologico
è ancora più triste in Italia, dove questo
modello inevitabilmente si scontra con il fascino di uno dei
territori più belli del mondo da un punto di vista della
biodiversità naturale e culturale.
Perché non esiste un disegno strategico per evitare che
questo paese, culla della cultura occidentale, si trasformi
definitivamente in un enorme centro commerciale?
I capannoni di un'industria che sta scomparendo ospitano outlet
con prodotti made in China, sale giochi e solarium, dove dopo
un'intera giornata in un ufficio condizionato, in una
automobile condizionata, in uno shopping center condizionato,
si cerca un sole finto per poter giocare in questa enorme
finzione in cui anche il nostro paese si sta ormai
trasformando.
Ma come sempre, di fronte a cambiamenti epocali, oltre un certo
limite scatta automaticamente un meccanismo di autodifesa,
disperato, aggrappato a non perdere valori oggi sempre
più importanti, e che non si misurano in prodotto
interno lordo, parametro di un secolo andato che ostinatamente
ci viene propinato come misuratore dello sviluppo quando ormai
perfino in Bhutan, piccolo splendido regno tra le montagne
Himalayane, lo sviluppo viene misurato in "felicità
interna lorda", indicando un percorso verso cui tutti i
governanti dovrebbero tendere. Obiettivo ambizioso, utopia ma
"non c'è niente di donchisciottesco né di
romantico nel voler cambiare il mondo. È possibile,
è il mestiere al quale l'umanità si è
dedicata da sempre. Non concepisco una vita migliore di quella
vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al rifiuto
ostinato dell'inevitabilità del caos e dello sconforto".
Queste parole di una scrittrice e rivoluzionaria nicaraguense
sono lo spirito che dovrebbe ispirare la pianificazione e il
governo del nostro territorio, un governo che purtroppo ormai
è divenuto solamente "amministrazione", e che ha perso
l'elemento fondamentale il pensiero evaporato nei saloni di
abbronzatura.
Francesco Bertolini - Università
Bocconi, Milano


![Ermes [Link a sito esterno]](../../images/ermes.gif)
![Ermes [Link a sito esterno]](../../images/ermesambiente.gif)